Articolo pubblicato su Art a part of culture il 20 Gennaio 2018

di Lorenza Fruci

A Roma il MACRO Testaccio e AuditoriumArte ospitano in contemporanea la prima grande esposizione italiana di Mauricio Dias (brasiliano) e Walter Riedweg (svizzero), in arte Dias & Riedweg, a cura di Anna Cestelli Guidi, che riunisce numerose video installazioni, fotografie e oggetti realizzati dal duo dal 2004.

Other time than here. Other place than now (Un altro luogo che ora. Un altro tempo che qui) è il titolo che apre alla riflessione che i due artisti propongono sul tema attuale della migrazione, intesa anche come movimento, spostamento, cammino, con i relativi cambiamenti di significato che ne conseguono.

“Gli artisti, che lavorano insieme da 25 anni, si sono conosciuti in Svizzera e ora vivono a Rio de Janeiro dagli inizi degli anni 2000” ha evidenziato la curatrice “sono per essenza dei migranti, sono abituati a questa idea di dislocazione, a vivere in mondi diversi. Mi sembrava che far vedere qui a Roma il loro lavoro avesse senso e significato, e mi sembrava che fosse il momento adeguato perché si sposa con alcune delle tematiche scottanti che stiamo vivendo adesso.”

“La casa degli altri” è l’opera centrale esposta al MACRO Testaccio, realizzata a Roma durante il recente soggiorno nella capitale degli artisti nell’autunno del 2017. Si tratta di una doppia videoinstallazione con immagini della quotidianità del centro di accoglienza per rifugiati Baobab e degli edifici occupati MAAM, di via Vannina e dell’ex fabbrica di penicillina in via Tiburtina, luoghi dell’immigrazione per antonomasia. Ne emergono le condizioni di precarietà, e a tratti di degrado e sofferenza, in cui versano coloro che vi vivono. La fruizione è resa esperienziale da un pavimento di calcinacci, detriti e macerie che porta nelle viscere del mondo rappresentato da Dias & Riedweg.“Sembra quasi un lavoro astratto” ha sottolineato Anna Cestelli Guidi “E’ un discorso anche filosofico sul significato dell’abitare. Abitare è consustanziale alla natura dell’uomo, è dove l’essere umano trova la propria intimità, il proprio stare bene, anche il senso della cura, della costruzione. L’essere senza una casa è un tema che va aldilà del viaggio e del migrare. L’idea di fare un lavoro su Roma era nata due anni fa. Il progetto è pensato per questo spazio”.

Sviluppano il tema della migrazione anche gli oggetti a parete “Under Pressure” (2014), barometri che dovrebbero misurare la pressione del MACRO, ma che gli artisti hanno alterato riferendoli a città che hanno una forte immigrazione: tutti luoghi “sotto pressione” con criticità importanti e non risolte.

Da segnalare anche la video installazione “Moving Truck” (un progetto pubblico realizzato dal 2009 al 2012), in cui gli artisti hanno filmato un camion mentre circolava in città e contemporaneamente vi hanno retroproiettato il suo stesso spostamento. Hanno ripetuto l’operazione in 7 città diverse, creando un effetto di camion dentro il camion, che esprime e sottolinea l’idea centrale della mostra, cioè della migrazione come mutamento di senso. “E’ un mise en abyme, una proiezione che non ha mai fine. E’ l’idea del lavoro sull’immagine in movimento: il destino di ogni immagine in movimento è di essere cancellata da una successiva” ha specificato la curatrice.

Interessante anche la serie di video oggetti “Suitcases for Marcel” (2007) (ndr Marcel Duchamp) che mostrano il cammino di alcune valigette lasciate in strada e seguite dalle telecamere degli artisti. Il loro migrare mostra l’esperienza dello spostamento nello spazio e nel tempo di mano in mano. Il progetto, nato da una precisa idea iniziale del percorso che avrebbero dovuto seguire le valigette, si è poi arricchito con eventi casuali, imprevisti e improvvisati che gli artisti hanno accolto nel loro lavoro.

Al MACRO sono esposti anche il video “Throw” (2004), la video installazione e la serie di fotografie “Hot Coals” (2014), la carta da parati “Bloc” (2014) e la video installazione “Flesh” (2005) che esprimono una critica tagliente e ironica verso le attuali politiche globali.

  All’AuditoriumArte, presso l’Auditorium Parco della Musica, è esposta la video installazione sonora a tre canali “Funk Staden”, realizzata da Dias & Riedweg per Documenta 12 di Kassel del 2007 e mai presentata in Italia. A corollario della mostra, un testo dell’antropologo Massimo Canevacci intitolato “Antropofagie sincretiche” che scrive: “Nel loro progetto, Funk Staden Dias & Riedweg hanno collaborato con ballerini funk delle favelas di Rio de Janeiro, per sviluppare connessioni sincretiche e antropofagiche tra la scena Funk Carioca e il classic libro di Hans Staden (1527 – 1578), dove descrive la sua nuda prigionia tra i cosiddetti “antropofagi” Tupinambà dell’attuale Brasile (Vera storia e descrizione di uno Stato di persone selvagge, nude, sinistre, cannibali nel Nuovo Mondo). […] L’idea di Dias & Riedweg si basa su un re-enacting delle xilografie realizzate da Staden al suono del funk in quanto parte della subcultura hip hop”.

Partendo dall’analisi del lavoro dei due artisti, Canevacci nel suo saggio arriva a spiegare come il sincretismo culturale sia alla base dei processi sociali, politici e artistici di oggi. Una mostra dunque per palati fini e menti non pigre o non attirabili solo dai soliti nomi noti.

L’intero progetto Other time than here. Other place than now è stato reso possibile grazie al sostegno di Pro Helvetia, fondazione svizzera per la cultura, senza nessun finanziamento privato.

La mostra sarà visitabile al MACRO Testaccio fino al 21 Gennaio e all’AuditoriumArte fino al 28 Gennaio 2018.